Per lunghi anni ho viaggiato senza sosta: i giorni e le notti scorrevano veloci mentre io prendevo aerei, treni, automobili, infilando gli impegni come perle lungo il filo del tempo.
Ho perso il conto di quanti compleanni ho festeggiato sul sedile di un aeroplano, mentre il telefono squillava per trasmettermi gli auguri che più di tutti aspettavo: quelli delle persone che amavo. Con le quali avrei voluto condividere una cena, magari intorno alle belle tavole che mia moglie Adele sapeva organizzare alla perfezione: perché quando si condivide il nutrimento, quando si spezzano le catene della solitudine insieme al pane, quando si crea un ricordo gioioso, lì c’è il vero spirito della festa.
C’era una volta una tavola apparecchiata per chi tornava…
Basta un piatto fumante e profumato, una fetta di pane, una sedia libera, un gesto semplice.
Uno spazio d’amore e conforto dove gli oggetti artigianali e i gesti quotidiani diventano rassicuranti riti di appartenenza.
Eccezionale o quotidiana che sia, per noi italiani l’idea di celebrazione è legata alla casa, e a tutti coloro che consideriamo “famiglia”. E dunque, agli oggetti che trasformano ogni tavola in un banchetto. Pur viaggiando, pur osservando quanto labili a volte diventino le relazioni, per me la sicurezza di avere un posto in cui ritornare è sempre stato fondamentale: così come, del resto, è necessario sapersene allontanare, per cercare con un po’ di sacrificio la propria strada di casa.
«Avere delle radici è forse il più importante bisogno dell’animo umano, e spesso il meno riconosciuto», scriveva la mia amata Simone Weil. Quanto è infatti importante, per ognuno di noi, avere un posto da chiamare “casa”? Quanto è importante ripercorrere una strada, posare lo sguardo su un oggetto o su dettaglio, e riconoscervi un’aria familiare, un’aria di felicità domestica, spesso rappresentata da un manufatto significativo?
La casa, inevitabilmente, è il luogo dove si trova il nostro cuore: Santa Caterina da Siena raccomandava infatti di avere sempre due case, una “vera” e una “spirituale”, da portare con sé. “Casa” può anche essere un luogo mentale, una città ormai lontana o una persona da tempo perduta, ma una cosa è certa: la casa è collegata all’amore, all’affetto, ai ricordi di intimità e di felicità, agli oggetti che ci hanno accompagnati in questi momenti così speciali.
Per costruire il proprio sogno o per compiere il proprio progetto è necessario abitare con affetto e sicurezza la propria casa, il proprio cuore, fatto di stanze spesso sconosciute, a volte inaccessibili, sempre misteriose. Perché, per riprendere lo spirito – se non le parole – di Emily Dickinson, a volte la felicità bussa alla porta del nostro cuore, ma noi – come direbbe la domestica – non siamo in casa. Mai.
Essere presenti a sé stessi è un’impresa che può richiedere una vita, e tanto impegno. Ma che può essere vissuta con un esaltante senso di attesa se sapremo che basta prendere la strada di casa, per quanto nascosta sia, e ritrovarsi circondati dagli affetti che contano, dagli oggetti che amiamo e che il cuore non dimentica: se sapremo che a volte basta prendere una sedia (fatta a mano, naturalmente!) e stare ad aspettare, con profonda fiducia. Qualcuno, o qualcosa, ci parlerà. E ci farà sentire davvero nel luogo in cui ogni celebrazione è una festa: a casa.




