Le rotte immaginarie di Paolo Rui

di Luca Bergamin

pubblicato su Mestieri d’Arte & Design. Crafts Culture n. 32 aprile - 2026

La sua mano, la sua testa, le sue gambe e le sue braccia sono costantemente in movimento, tanto su questo pianeta quanto su un altro, immaginario e tutto suo, con qualche incursione involontaria ma assai gradita di René Magritte e Dino Buzzati. Fisicamente, anche oggi, Paolo Rui — sessantatré anni — si trova seduto al suo tavolo da architetto anni Cinquanta, uno di quelli con il piano basculante, nel quartiere Stadera di Milano. Lavora all’interno di una vecchia tipografia ristrutturata e condivisa con altri creativi, a due passi dai Navigli, dove tra la Piscina S. Abbondio e la Canottieri Milano si dedica con regolarità svizzera al nuoto e alla corsa.

 

Illustratore cosmopolita e spirito libero, Paolo Rui attraversa culture e linguaggi artistici per dare forma a un universo personale dove si intrecciano surrealismo, ironia e ricordi. Un viaggio tra Milano, Taiwan e la fantasia.

 

Eppure, contemporaneamente, l’ex studente dell’Accademia di Belle Arti di Brera — «dove ho preso buonissimi voti, ma sono uscito senza sapere disegnare» — potrebbe trovarsi nellaTaiwan della moglie Mei Chi («significa sia pruno che angelo») o in California. È lì che, dopo il servizio militare e grazie a una borsa di studio della Commissione Fulbright, ha davvero appreso l’arte e le tecniche dell’illustrazione. «Per me il viaggio è un modo per volare lontano, prima di tutto con la mente. Pensate che nel curriculum scrivo sempre che sogno di pilotare un dirigibile e di volare su Marte, magari facendo le due cose insieme. Del resto, il tavolo sul quale disegno mi fu donato da mia madre, che proveniva da una famiglia titolare di un’azienda a quel tempo già leader nella fabbricazione industriale di verricelli per navi e transatlantici, fornitrice anche del mitico Rex».

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I sogni e progetti artistici di Rui, per sua e nostra fortuna, non sono mai affondati. La rotta per arrivare in porto, tuttavia, è stata più lunga del previsto. «Il mio surrealismo ironico ha navigato con fatica», racconta. «Colpa anche di un professore di Brera, convinto che quella corrente artistica fosse ormai una lingua morta e sepolta. Partendo da Magritte, ho virato verso Dino Buzzati, certamente più malinconico, ma autore di un linguaggio con picchi alti di allegrezza. Anche io, tramite il disegno, cerco una via di fuga da quel vicolo cieco in cui sembra essersi trasformato il mondo di oggi».

Fondamentale è stata Mei Chi, che una quindicina d’anni fa convinse il marito riluttante a partecipare alla fiera degli artisti sul Naviglio Grande. Fu allora che Paolo tornò a realizzare illustrazioni pittoriche, ritrovando la libertà espressiva della prima giovinezza, quando sognava di diventare illustratore di fantascienza. «Ero mosso dalla pulsione incontenibile a sperimentare, scoprire aspetti di me che non conoscevo.
Negli Stati Uniti ho iniziato a lavorare per la pubblicità, imparando tutte le tecniche possibili e immaginabili, ma smarrendo, in parte, la mia inclinazione originaria».

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Illuminante fu il trasferimento a Taiwan verso la fine degli anni Novanta: non solo per l’incontro con Mei Chi, ma per l’immersione in una nuova lingua e cultura. «Mi ci sono gettato a capofitto», racconta, «e ho iniziato a lavorare nell’editoria per ragazzi, innamorandomi dei paesaggi e delle persone». Pur senza abbandonare del tutto la pubblicità, Rui inizia una carriera parallela, partecipando alle prime mostre nella nazione insulare.

«Nei miei quadri sono partito dal tema giocoso degli ex voto di Buzzati, in cui esprimeva una religiosità gentile attraverso figure come una Santa Caterina che salva i marinai dai diavoletti volanti, per arrivare alla creazione di personaggi miei, ad esempio animali che risollevano Milano da un’ondata di caldo o dall’invasione della réclame, come il cucciolo Fuffi o un criceto. Sono stato molto influenzato dai variopinti uccelli di Taiwan, in particolare dal rigogolo rosso — occhi da merlo, corpo scarlatto, ali nere — che ho trasformato in un volatile tondeggiante chiamato Rrubi».

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Un po’ ribelle verso il digitale più spinto, Rui pratica il disegno anche per affrontare temi sociali. I suoi taccuini, riempiti incessantemente di schizzi, sono per lui veri e propri diari personali: «A volte da lì emergono lavori di valore, altre restano cose intime e nascoste. L’importante è usare le tecniche tradizionali per dare vita a creature che incarnino la bellezza più pura, quella che si scopre — conclude Rui — lasciandosi smarrire dentro culture diverse dalla nostra, come la vita e la curiosità mi hanno insegnato a fare».

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Luca Bergamin

Luca Bergamin

Scrive e viaggia da sempre, con lo sguardo di un esploratore curioso. Autore di libri e collaboratore di Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, racconta luoghi e storie con uno stile appassionato e radicato nella realtà dei territori e delle persone. Andare a piedi e incontrare dal vivo è l’unico modo che conosce per essere autentico.

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