Atlante delle gemme erranti

di Alba Cappellieri

pubblicato su Mestieri d’Arte & Design. Crafts Culture n. 32 aprile - 2026

Il viaggio appartiene alla storia dell’uomo, proprio come l’ornamento. Deriva da viaticum, che per gli antichi romani era il corredo con cui ci si metteva in viaggio: cibo, abiti, denaro, gioielli. Un insieme selezionato di oggetti, essenziali al punto da definire non soltanto l’identità del viaggiatore ma il viaggio stesso. I gioielli non mancavano mai nel viaticum: per le loro dimensioni ridotte, per il valore di scambio, per il simbolismo sociale e per la bellezza decorativa. Nell’antichità si viaggiava per le ragioni più disparate, dai pellegrinaggi religiosi medioevali – la Mecca, il Santo Sepolcro, Roma, Santiago de Compostela – alle spedizioni geografiche per la scoperta e la conquista di nuovi territori – le Americhe, le Indie, l’Oriente –, dal piacere per la conoscenza e l’amore per l’arte – il Grand Tour e la peregrinatio academica – agli scambi commerciali e alla cura della persona – le terme e l’elioterapia – fino al viaggio di svago o di piacere introdotto nell’Ottocento. Ogni viaggio aveva i suoi gioielli, viaggiatori essi stessi, che si arricchivano di ogni nuova destinazione, di ogni incontro tra culture.

 

Materiali, tecniche e simboli hanno viaggiato per secoli tra civiltà, generando nuove estetiche. Dalle gemme del Golconda ai gioielli souvenir del Grand Tour, l’ornamento porta con sé incontri, scambi e identità.

 

Nei loro peregrinaggi epici, anche Odisseo ed Enea attraversano mondi carichi di simboli – armi d’oro, scudi incisi, gioielli donati dagli dèi: «Odi, Telemaco, le ricchezze di Menelao: oro, ambra, argento lavorato, e vesti purpuree ricamate».

 

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Del resto, la circolazione delle gemme nelle corti europee era il risultato dei lunghi viaggi dei mercanti intorno al mondo: dalle perle del Golfo Persico ai diamanti del Golconda in India, dagli zaffiri birmani del Myanmar agli smeraldi colombiani, dalle opali australiane alle tormaline brasiliane. Le gemme si scambiavano, i motivi decorativi si contaminavano, le tecniche si evolvevano: l’intarsio miceneo dialogava con l’incisione persiana, il cloisonné bizantino si fondeva con l’oro punzonato del Nord Africa, l’argento lunare dei celti illuminava le ambre del Baltico. Il legame tra viaggio e gioiello è antico, appartiene alla storia dei popoli che, muovendosi tra terre lontane, portarono con sé gemme, metalli preziosi e tecniche che contribuirono alla nascita di nuove estetiche e nuovi saperi artigianali. Il legame viaggio-gioiello divenne indissolubile all’inizio del XIX secolo con il Grand Tour, il viaggio di formazione dei giovani artisti e aristocratici mitteleuropei nelle città d’arte italiane. A loro si devono i gioielli souvenir, che miniavano le mirabiliae delle più belle città italiane, per evocare la memoria dei monumenti visitati e per esprimere il genius loci, con i loro soggetti classici e le vedute, come nei meravigliosi gioielli dei Castellani o di Carlo Giuliani. Il gioiello souvenir rappresenta, dunque, l’emblema del ricordo del viaggio in Italia ma anche l’identità di un territorio e dei suoi artigiani, grazie a lavorazioni come la filigrana sarda o quella ligure, la granulazione etrusca, il micro-mosaico romano, la glittica e il cammeo napoletani o siciliani, gli smalti milanesi e le murrine veneziane, un patrimonio inestimabile di conoscenze, tecniche e bellezza.

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Nella seconda metà del XIX secolo i viaggi si spostarono dall’Italia artistica alla conquista di terre lontane e inesplorate, che diffusero nuove estetiche, oltre che nuovi materiali e nuovi gioielli: era nato l’esotismo. Per esotismo, dal greco éxo che significa fuori, si intende il gusto, la ricerca e l’uso di oggetti stranieri, estranei, cioè, alle tradizioni locali e alle manifestazioni quotidiane della vita: dal cibo agli abiti, dall’arte ai gioielli. L’esotismo si manifestò con l’evocazione e l’esplorazione di mondi lontani – si pensi all’influenza di Bisanzio sulla cultura occidentale – ed ebbe la sua massima diffusione in Francia tra Romanticismo e Art Déco grazie a eventi politici come la conquista dell’Algeria, la campagna napoleonica in Spagna, l’apertura delle relazioni con il Giappone nel 1854, che, con la fine del governo Shogunate, conquistò Parigi con i suoi ventagli floreali, le lacche, i kimono, le stampe, i tessuti e le porcellane. Nel 1888 Samuel Bing pubblicò Le Japon Artistique che lanciò il japonisme e la sofisticata bellezza dell’arte giapponese, la delicatezza naturalistica, le eleganti silhouette femminili che ispirarono i più importanti artisti, stilisti, orafi, scrittori e musicisti del mondo occidentale. In dialogo con i sontuosi kimono di Paul Poiret e con i dettami della moda esotica, le maison di Place Vendôme realizzarono gioielli e accessori di ispirazione orientale, come le eleganti borse da sera in velluto dalle preziose chiusure gioiello in onice, diamanti, rubini, smeraldi, giade e malachiti di Van Cleef & Arpels o l’elegante spilla Nodo Giapponese di Cartier, creata nel 1907.

 

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Alla svolta del secolo, Louis Cartier diffuse il platino e la nuova estetica della Mode Blanche, tra le stagioni più belle e innovative della gioielleria, dove le creazioni Cartier in platino millegrain furono apprezzate in tutto il mondo per creatività e maestria. Con gli inizi del XX secolo il viaggio si diffuse come esperienza di piacere e gli stili delle grandi civiltà influenzarono la gioielleria e gli accessori preziosi, protagonisti indiscussi degli anni Venti. Nacquero sontuose pendole come il Large Portique Mystery Clock di Cartier del 1923 e raffinate scatole – come il meraviglioso scrigno con le carpe in giada antica di Cartier del 1925 – porta sigarette, necessaire con i decori e le gemme dell’Estremo Oriente come draghi e uccelli favolosi in giada, agata e nefrite, smalti, come il Vanity Case in oro, platino, diamanti, rubini, perle e onice di Cartier del 1923. A partire dagli anni Venti l’esotismo divenne il riferimento estetico di tutte le arti, in particolare quelle decorative, le cui opere rispecchiano i colori, i decori e le gemme del Giappone come dell’India, della Cina, dell’Egitto, della Persia, dell’Africa, delle Americhe. Tali riferimenti si nutrono di eventi legati alla religione, alla moda, al teatro, alla cultura, all’arredamento come alle scoperte archeologiche e fu proprio per una scoperta archeologica che in tutta Europa si diffuse l’Egittomania. Nel 1922, quando l’archeologo inglese Howard Carter riportò alla luce l’antica tomba di Tutankhamon e con essa gli oggetti, i talismani, i gioielli di questa misteriosa civiltà, l’Egitto divenne il riferimento formale e stilistico di ogni forma artistica, ispirando gioielli come la spilla di Cartier del 1925, un capolavoro che in origine poteva essere indossata anche come cintura, con un grande scarabeo in faïence egizia e ali in oro, platino, diamanti, rubini e smeraldi.

 

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Un’altra magica atmosfera esotica è quella dell’India, con le sue miniere di diamanti, i suoi smeraldi incisi, la ricchezza e l’opulenza dei Maharajah e delle Maharani, lo splendore delle loro cerimonie e delle loro favolose gemme. Cartier ha un legame storico con questo continente affascinante, iniziato con il viaggio in India di Jacques Cartier nel 1911, per l’incoronazione di Giorgio V e della regina Mary al Dehli Durbar, e proseguito con le numerose visite parigine dei principi indiani. Tale influenza trovò la sua piena espressione con l’Art Déco, dando origine a due tipologie di gioielli: da un lato, le gemme indiane rielaborate nello stile occidentale di Cartier per i Maharaja; dall’altro, i gioielli “ispirati all’India” creati per i clienti occidentali. Questi ultimi determinarono una delle collezioni più iconiche e innovative della maison francese: la collezione Tutti Frutti, caratterizzata da zaffiri, rubini e smeraldi cabochon incisi e scolpiti a forma di foglie, germogli e bacche, un tripudio cromatico inedito per gioielli ricchi e scenografici ispirati alla tradizione orafa indiana. Lo stile Tutti Frutti è presente, da oltre un secolo, nelle creazioni della maison, conservando intatto il suo fascino. Così come Cartier non ha mai smesso di omaggiare il viaggio tra le sue creazioni, come dimostrano i collier Divita e Cafayate dell’ultima collezione di Alta Gioielleria En Equilibre, perché, come sosteneva André Gide, il viaggio è uno scambio: non ci si può mai separare da ciò che si è donato, né conservare ciò che si è ricevuto.

 

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Alba Cappellieri

Alba Cappellieri

Professore Ordinario al Politecnico di Milano, dove dirige i programmi sul gioiello e l’accessorio moda, il Master in Jewelry and Fashion Accessories e in Fashion Tech. Ha fondato e diretto il Museo del Gioiello di Vicenza e cura pubblicazioni e mostre per le principali Maison del lusso.

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