Il tempo che scorre su ruote antiche

di Anna Carmen Lo Calzo

fotografie di Dario Garofalo

pubblicato su Mestieri d’Arte & Design. Crafts Culture n. 32 aprile - 2026

«Quando la carrozza andrà senza cavallo il mondo
sarà tutto in gran sovvallo»
Proverbio popolare

Potente simbolo letterario di fuga e tumulto interiore, considerata per secoli un mezzo di trasporto indicatore di status sociale, la carrozza è anche un emblema metaforico della vita. Grandi scrittori come Tolstoj e Jane Austen l’hanno trasformata in un vero e proprio palcoscenico dell’anima. Se è vero che nella sospensione del viaggio lo spirito si placa, la mente crea e lo sguardo si espande all’infinito, in carrozza si compie l’alchimia: il moto perpetuo dell’animo umano procede a velocità naturale e biologica, al ritmo della resistenza e del respiro dei cavalli, come in un ordine naturale.

Nel laboratorio di Pier Luigi Beschi, carrozze e biciclette d’epoca tornano a vivere grazie a un sapere tramandato da generazioni. Un’arte che difende la manualità storica e restituisce a ogni manufatto la sua voce più autentica.

A Montichiari, terra bresciana che ancora oggi conserva memoria di antiche vie e transiti nobiliari, il viaggio nel tempo si compie entrando nell’officina di Pier Luigi Beschi e di suo figlio Bruno. Restauratori e costruttori su commissione di carrozze e di biciclette d’epoca, i Beschi rappresentano un baluardo contro l’oblio.

 

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Orgogliosamente artigiani, depositari di un savoir-faire che affonda le radici in secoli di tradizione manifatturiera, la loro maestria si manifesta in una straordinaria sensibilità estetica. Pier Luigi, ha ottantadue anni e il suo dialogo con la storia è avvenuto attraverso l’amore per i cavalli e per la loro indomabilità. «La mia passione per i cavalli e le carrozze è iniziata quando accompagnavo mio nonno Pietro sul calesse. Il mio grande amore in età adulta è stata Karin, una cavalla che mi ha accompagnato per trent’anni. Mi affascina il rapporto di fiducia con il cavallo: la comunicazione richiede sensibilità, capacità di ascolto, attenzione continua. Aiutato dalla predisposizione alla manualità, affinata dal lavoro di tornitore, e grazie al contatto con il signor Marco Zane, importatore di carrozze dalla Francia, negli anni Ottanta diventai restauratore. Zane le acquistava, io le restauravo. Successivamente, sono passato alla creazione vera e propria».

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La carrozza affonda le sue radici nella notte dei tempi. I primi carri privi di sospensioni risalgono ai Sumeri e agli Egizi, ma era ancora lontana l’evoluzione che avrebbe trasformato questi austeri veicoli in strumenti di raffinata civiltà. Nell’antichità classica, Greci e Romani perfezionarono l’arte della costruzione dei carri, ma fu solo nel cuore dell’Europa rinascimentale, tra il XV e il XVI secolo, che iniziò la vera metamorfosi. L’Ungheria rivendicò il primato con la città di Kocs, da cui deriverebbe il termine stesso “cocchio”. L’Italia, culla del Rinascimento, accolse con entusiasmo questa novità e le corti di Firenze, Ferrara e Milano commissionarono carrozze sempre più elaborate, trasformandole in autentiche opere d’arte su ruote. Intagli dorati, stemmi araldici, tessuti pregiati e dipinti decorativi convertirono questi veicoli in manifesti ambulanti di potere e prestigio. La carrozza divenne strumento di rappresentazione sociale e un “teatro mobile” in cui la nobiltà esibiva la propria magnificenza. In età barocca, alla corte di Luigi XIV Re Sole, le carrozze raggiunsero livelli di sfarzo inauditi. Il XVIII secolo introdusse i primi criteri di efficienza e nacquero le grandi manifatture specializzate, botteghe con maestranze qualificate – carrozzieri, sellai, fabbri, verniciatori, decoratori – che collaboravano alle creazioni con tecniche ed estetica eccellenti. Nell’Ottocento, con l’avvento della ferrovia e dell’automobile, iniziò il lento declino. Tuttavia, fino ai primi decenni del Novecento, le carrozze conservarono un ruolo importante nelle cerimonie ufficiali e nella vita quotidiana delle città. Il loro lento ritirarsi dalla scena pubblica segnò la fine di un’epoca di grande eleganza: la velocità motorizzata si sostituì al concetto di viaggio come dimensione contemplativa, come danza tra anima e mondo, come legame tra essere umano e animale.

 

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Nel laboratorio dei Beschi si trovano, oltre a una collezione di carrozze di diverse epoche, utensili che potrebbero appartenere a un museo di arti e mestieri. Straordinaria la collezione di oggetti di pregio realizzati in ferro, legno, pelli e tessuti, attraverso i quali il Maestro opera quella che potremmo definire una forma di resistenza culturale. In un’epoca ossessionata dalla sostituibilità universale, egli riafferma il valore della permanenza, della riparabilità, della trasmissione intergenerazionale del sapere.

Restaurare o ricostruire una carrozza d’epoca, per Pier Luigi, non significa semplicemente riportarla a uno stato di funzionalità, bensì restituirle quella dignità narrativa che ogni manufatto storico possiede. Ogni veicolo racchiude storie di viaggi, di incontri, di epoche tramontate; il restauratore diviene così interprete e custode di queste memorie silenti.

 

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Sulle pareti dell’officina, microcosmo di temporalità diverse, non si contano le fotografie e gli articoli di giornale che raccontano le storie, anche umane, legate alle biciclette e alle carrozze. Come quella di un Omnibus, il cui restauro fu commissionato negli anni Ottanta dal Signor Zane, utilizzato in un viaggio di 40 giorni da Milano a Palermo, in 37 tappe, per promuovere un prodotto per animali.

Mentre Pier Luigi racconta, suo figlio Bruno – che gestisce anche l’archivio documentale – sfoglia le pagine dei libri da collezione contenenti i disegni di attacchi, avantreni, stanghe, fari, ruote e balestre che il padre riproduce con straordinaria fedeltà. L’eccezionalità del processo di lavorazione risiede nell’impiego di tecniche storiche come incastri e curvature – ottenute mediante vapore – che solo pochi maestri ancora oggi padroneggiano e delle quali Bruno va particolarmente fiero.

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Una delle creazioni alla quale Pier Luigi è più affezionato, è una slitta del 1830, appartenuta ad un Arcivescovo di Gorizia e trasformata da lui in carrozza. «Non ci sono saldature, le ruote si smontano per il trasporto – racconta Bruno –, esattamente come il cavallo in legno composto da tre pannelli facilmente smontabili e trasportabili, da affiancare alle carrozze durante le esposizioni. Mio padre usa la mente e le mani; mentre io lavoro su progetti, lui immagina, guarda un disegno o una fotografia e realizza il pezzo».

 

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Altro gioiello di famiglia, una carrozza ottocentesca appartenuta ai Principi Borghese con fanali in argento, maniglie in avorio e imbottitura capitonné di raso giallo dorato con 560 bottoni realizzati a mano. Il restauro di Pier Luigi Beschi ha riportato questa carrozza ai suoi antichi splendori, mantenendo al contempo la sua autenticità e il valore storico culturale. La collezione Beschi esposta a Montichiari comprende inoltre calessi, landau, carrozze coupé duc de dame, charrette francesi, break, phaeton, calesse dos-à-dos e altri pezzi unici di grande valore artistico come un sulky del 1862 o una replica di Milord Landau break da caccia.

Accanto al padre, Bruno Beschi rappresenta il ponte tra passato e futuro, l’erede che reinterpreta creativamente una tradizione. A undici anni lo seguiva in officina e, divenuto progettista meccanico, oggi è in grado di cimentarsi anche in lavori di falegnameria, lavorazione del ferro, restauro di tappezzeria di carrozze e cuoio. Inoltre, progetta e realizza oggetti per arredamento, orologi e biciclette. «Il sistema di gommatura della bici d’epoca è uguale a quella delle carrozze. Per preparare la bicicletta di un collezionista che ha fatto una gara a Soresina, ho fatto il progetto della matrice e ho lavorato con lo stesso processo tecnico usato per la gomma della carrozza. Oggi la bici si trova al museo della bicicletta ed io non farò mai morire questo lavoro».

Rimarrà nella storia la bici di Giuliano Calore, uomo da Guinness, campione di ciclismo estremo, che negli anni Ottanta, all’età di 73 anni, scese dallo Stelvio di notte, senza freni e senza manubrio, sulle due ruote ricostruite dal genio di Pier Luigi Beschi. «L’artigiano crea, l’industriale copia». Si riassume in questa frase la filosofia del Maestro Beschi e di suo figlio Bruno, interpreti di sapienza e di continuità generazionale che non tradisce. I Beschi ci ricordano che esistono forme di conoscenza che richiedono tempo, pazienza, dedizione assoluta. La loro opera è testimonianza eloquente del fatto che il progresso autentico non consiste nell’abbandonare il passato, ma nel farlo dialogare fecondamente con il presente, preservando quelle eccellenze che definiscono l’identità culturale di un territorio e di una civiltà.

 

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Anna Carmen Lo Calzo

Anna Carmen Lo Calzo

Ex modella internazionale, musa ispiratrice di stilisti come Gianfranco Ferrè e Giorgio Armani, archiviate le sfilate e i servizi fotografici, ha trasformato in professione la passione per il mondo del lusso e del made in Italy. Giornalista pubblicista dal 2003, è scrittrice e consulente di comunicazione.

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