Il paesaggio italiano è il capolavoro dell’interazione tra la nostra creatività – la bellezza delle nostre città, dei nostri monumenti, delle nostre tradizioni, del nostro tessuto produttivo – e il nostro ambiente.
Il paesaggio italiano, con la sua straordinaria diversità, diventa una fonte continua di stupore che permette di innovare, e di produrre bellezza: e attraverso la rete di connessioni culturali, artistiche e artigianali, sviluppatesi su un contesto naturale di splendore incomparabile, l’Italia si è nel corso dei secoli ammantata di una straordinarietà così unica, spettacolare, complessa e diversa, da far sì che una semplice formula – made in Italy – diventasse una parola magica in grado di creare valore.
Creatività, storia e territori compongono un paesaggio che genera bellezza e innovazione. Un patrimonio che alimenta il made in Italy e rende lo stile italiano un’identità viva, straordinaria e sempre capace di rinnovarsi.
La passione per l’eccellenza nasce in distretti che non si possono esportare né riprodurre altrove, perché sono intimamente legati a un territorio e a una storia unica al mondo: e non mi riferisco al “particulare” che Guicciardini giustamente deprecava, ma a secoli di bellezza e arte. La rilevanza dell’arte e del territorio emerge con chiarezza forse per la prima volta negli scritti di John Evelyn: lo scrittore inglese ricorda il profumo dei fiori della Riviera, e annota aspetti del «paese reale» che danno una visione dell’Italia non solo come culla della civiltà rinascimentale, ma anche come straordinario territorio dalla ricchezza smagliante. Il quartiere delle Mercerie, a Venezia, appare a Evelyn «una delle più deliziose contrade della terra: è come tappezzata da ambo le parti di stoffe d’oro, di ricchi damaschi e d’altre sete. Aggiungi a questo le rivendite di droghe e profumi e le gabbie innumerevoli di usignoli (…) sicché, chiudendo gli occhi, tu crederesti d’essere in aperta campagna mentre sei in mezzo al mare».
Curiosità, varietà, simmetria, contrasto, sorpresa (gusto naturale e gusto acquisito): i territori, le città, le contrade, le esperienze vissute in Italia sono «belle» in rapporto alla natura e alla natura umana. Ma anche all’ingegno, all’ospitalità, a un certo senso del “nuovo” che il nostro grande Dante aveva ben colto: lo stile italiano non è, appunto, “dolce” e “nuovo”?
Dolce di quella squisitezza che nasce dalla scoperta continua di territori, di tecniche, di passioni che riempiono il cuore di sorpresa e ammirazione. E “nuovo” perché in Italia non si celebra solo il rito del passato: si inventa, si ricerca, si sperimenta, si cambia, si cresce. Lo racconta molto bene la piccola ma preziosa mostra che Panerai, Maison di alta orologeria svizzera nata a Firenze, e che mi è molto cara per ragioni personali, ha allestito a Milano in occasione del Salone del Mobile: attraverso la narrazione dei suoi orologi, autentiche icone del design, racconta l’evoluzione di una passione tutta rinascimentale e tutta italiana per l’arte e la tecnica, di cui Firenze è stata culla e che oggi trova in Milano, soprattutto durante la Design Week, una nuova capitale. Un luogo multiforme dove si celebra l’arte di abitare, con uno sguardo fermo e innamorato sullo stile. Ma non su uno stile qualunque: su uno stile italiano. Bello, utile, dolce, nuovo. Indimenticabile, come tutti gli amori.




