«Qui, tutte le famiglie avevano un lavéc. Si portava direttamente a tavola la domenica, per il pranzo di festa, ma in verità finiva per essere usato un po’ tutti i giorni… era la pentola per eccellenza». Nicola Bagioli attinge ai racconti della nonna per offrirci uno spaccato di com’era la vita quotidiana nei paesi della sua Valmalenco, fino a qualche decennio fa. Racconti che parlano di vite semplici, vissute in condizioni sfidanti come le alte cime che circondano la valle e confortate solo, a momenti, da fondamentali antichi riti collettivi.
Quella del lavéc è la storia di una celebrazione antica che, grazie al giovane artigiano Nicola Bagioli, ha trovato nuova vita. Un tempo simbolo della tavola domenicale in Valtellina, questa speciale pentola in pietra ollare stava scomparendo con i suoi artigiani. Oggi, torna protagonista nelle cucine di chef e appassionati.
Il lavéc – la pentola realizzata al tornio da un unico blocco di pietra ollare – possiede proprio le caratteristiche dello strumento rituale. Realizzato in pietra e destinato al fuoco, ha una forma arcaica e primordiale e una lunga storia che si perde nei secoli. È strettamente legato a un territorio, alla sua natura e alle sue tradizioni, e come tale ha un nome misterioso, non comprensibile ai non iniziati, ai forestieri. Soprattutto, è lo strumento che consente di compiere l’antico rito di riunire la famiglia per mangiare insieme. Il pasto è da sempre il cuore simbolico di ogni rito di celebrazione.
La lavorazione artigianale del lavéc, che un tempo dava lavoro a oltre 70 tornitori tra Valmalenco e Val Chiavenna, è oggi quasi scomparsa. Molte famiglie hanno ancora in casa la vecchia pentola di pietra ma non se ne producono più di nuove, anche perché molti strumenti tradizionali dei laveggiai sono scomparsi, le competenze sono andate dimenticate, i costi sono saliti. Il rito stesso del pasto della domenica si è sfilacciato, come il tessuto sociale di queste piccole comunità di montagna. Tanti giovani, invece di tenere in vita i faticosi e poco remunerativi mestieri tradizionali, lasciano le valli, cercando opportunità altrove.
In questo scenario si inserisce la storia di Nicola: un racconto a lieto fine, affatto nostalgico e anzi perfettamente contemporaneo. Nicola è ancora molto giovane (classe 1995) ma ha già due vite alle spalle. Nato in un paese della Valmalenco da una famiglia di laveggiai da cinque generazioni, ha coronato prima di tutto il suo sogno di diventare un promettente ciclista professionista. Poi, a causa di un incidente che ne ha sospeso la carriera nel 2019, ha fatto una scelta controcorrente che si è rivelata un’intuizione geniale: ha mantenuto la passione per le due ruote ma si è dedicato al recupero della tradizione familiare, riscoprendosi laveggiaio. «Volevo fare un lavoro che mi piacesse almeno quanto andare in bicicletta. Tutti mi prendevano per matto, ma io avevo capito che c’era un potenziale. Bastava pulire il laboratorio: del resto, avevo la grande fortuna di poter contare sugli strumenti originali del nonno, tutti realizzati apposta per questo mestiere, e sugli insegnamenti di mio padre», racconta Nicola.
Con l’aiuto della famiglia e della fidanzata Arianna, che si dedica alla comunicazione, in poco tempo Nicola e i suoi lavéc cominciano a farsi conoscere nella valle – dove magari le nonne vanno nella piccola bottega di Lanzada per comprarne uno da regalare alle nipoti – ma anche altrove, in Italia e all’estero, grazie a un intelligente uso dei social e all’e-commerce, che accompagna con grande successo l’attività della bottega.
«Oggi l’80% delle vendite avviene online. Vista la complessità della lavorazione artigianale, i tempi di produzione sono lunghi e le liste di attesa possono arrivare anche a un anno». Un successo supportato dall’intelligente attività di comunicazione, fatta di racconti autentici sulle tradizioni, sulle montagne e sulle ricette, ma soprattutto sulle eccellenti qualità del lavéc, che lo rendono un ricercato strumento per veri gourmand. «Tradizionalmente, il lavéc è la pentola ideale per le cotture prolungate e uniformi di piatti semplici, come le zuppe e gli stufati, ma oggi ha anche prospettive del tutto nuove. Ho la fortuna di lavorare con molti straordinari chef, giunti a me attratti dalle prestazioni e dalla dimensione completamente naturale della cucina con il lavéc, e alcuni mi hanno anche sfidato a realizzare varianti particolari come il lavéc a pressione, che ha un coperchio pesantissimo».
La lista dei famosi sedotti dalla pietra ollare plasmata da Nicola comprende già numerose celebrità dell’alta cucina come Heinz Beck, i fratelli Cerea, Michelangelo Mammoliti e Alessandro Negrini. Grazie al maestro laveggiaio Nicola, sulle loro tavole stellate – come nelle nostre case – la celebrazione può continuare.











