Mentre mi accingo a scrivere queste poche righe sul tema del viaggio, l’Italia riceve il riconoscimento dell’UNESCO alla sua cucina, quale Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Assieme alla soddisfazione per il mio Paese m’accorgo di essere già in viaggio tra le tipiche ricette regionali che raccontano non solo le culture locali ma anche e soprattutto i paesaggi e le loro colture, così uniche e caratteristiche in ogni nostro territorio; mi tornano alla mente le parole di Oscar Farinetti, quando magnifica i venti che dal mare risalgono le mille valli degli Appennini dove piante, profumi e sapori s’intrecciano, sempre diversi e sorprendenti… è un viaggio nella memoria di bontà gustate negli anni, di luoghi e personaggi fieri del loro fare, dell’emersione di esperienze condivise con amici che rievocano lo stupore di una scoperta. Così il ricordo di bellezze archiviate che mi riporta in Piazza Anfiteatro a Lucca, in quella scenografica del Duomo di Lecce, o a Cefalù e al babà con gelato del caffè difronte alla Cattedrale, nella cui abside risplende il più bello ed immenso mosaico del Cristo Pantocratore.
Tra sapori, paesaggi e ricordi, emerge un Paese in cui bellezza e fragilità convivono. Un itinerario che attraversa città, culture e distretti, interrogando il futuro del nostro patrimonio materiale e immateriale.
Per noi Italiani, il “Grand Tour” ha domicilio stabile nelle coscienze, anche se spesso resta nel fondo sopito dei nostri ricordi, pur tracciando una linea continua ancorata all’incanto del bello. Già, perché la bellezza è una imprescindibile dimensione dell’anima, a cui basta un bel tramonto sul mare a dissolvere il nostro ego mentre cresce il senso di fratellanza se sancito da un’estasi condivisa… dove non c’è bellezza non c’è gioia né armonia, dove non c’è bellezza non c’è neppure giustizia, la vita è, spesso inconsapevolmente, un’eterna ricerca di bellezza che può trovare in Italia la sua Patria elettiva. Da Trento a Siracusa si susseguono ininterrotte migliaia di testimonianze della sua presenza, prende forma in costumi e dialetti, nei paesaggi antropizzati delle sue colline, nell’unicità delle sue 20 capitali, nella inventività dei distretti manifatturieri e nell’incontro con le millenarie epoche architettoniche che l’accompagnano fino al successo del suo Design.
L’eccellenza manifatturiera delle nostre Imprese nasce grazie ad un’attitudine mentale a quel “far bene” che produce il bello, senza il quale non si manifesta la soddisfazione che sta nel DNA del vero made in Italy. Questa non è mai solo un’indicazione geografica, ma un modo di vivere e pensare, una condivisione di comuni destini, un profondo rispetto del tempo e, non ultimo, un piacere che nasce dalla contemplazione…quella della costiera amalfitana, vista da un giardino sospeso a Ravello, o quell’incanto che ho provato, una notte, dove sbucando da un vicolo di Ancona si apre la medioevale Piazza del Plebiscito che, stretta e lunga, sale fino ai piedi di Papa Clemente XII di un marmo bianco illuminato a giorno, posto al centro della scalinata all’ombra dalla Chiesa di San Domenico…Ma nel viaggio intorno a tanta bellezza, non mi nascondo la percezione della sua fragilità, né le minacce alla sua sopravvivenza immolata sull’altare dell’overtourism, così si snatura la nostra ragione di esistere, quella che attrasse tra gli altri Goethe e Stendhal, Turner e Byron. Chiudono i negozi di quartiere, spariscono le botteghe artigiane, tutto a favore di una ristorazione di bassa qualità e rivendite di souvenir prodotti tra Cina e Vietnam. Salveranno e godranno le nuove generazioni di tutto quel retaggio culturale costruito nei secoli, fonte di inesauribile civiltà e bellezza?




