Il viaggio. Un principio che, nel mondo delle botteghe dei mestieri d’arte tra Trecento e Quattrocento, veniva praticato dall’apprendista come impegno necessario per essere accettato nella congregazione degli artigiani che lavoravano i metalli, un viaggio tra i diversi laboratori affiliati tra loro. Il viaggio rappresentava l’occasione da parte del giovane per poter accedere ai segreti dei procedimenti di lavorazione del metallo.
Così fu anche per i viaggi intrapresi negli anni Venti da un gruppo di artisti tedeschi – scesi dalla Germania per il “Grand Tour italiano” (spesso praticato da giovani artisti e intellettuali europei) – che arrivati a Vietri sul Mare se ne innamorarono a tal punto da fermarsi in quel paradiso. Il territorio offriva poco, c’erano solo alcune botteghe di ceramisti che realizzavano oggetti troppo poco significativi.
Dagli apprendisti medievali agli artisti del Novecento, gli spostamenti tra territori hanno rinnovato tecniche, simboli e tradizioni. Una riflessione che mostra come i mestieri d’arte si evolvano grazie ai legami tra luoghi e persone.
I giovani artisti decisero così di dedicarsi all’antica arte ceramica, e si posero anche il problema sul come farlo e sul cosa rappresentare. Pensarono fosse giusto dare forma ai simboli di quella cultura mediterranea fatta di colori, odori, cibi, persone, cose, verde… cultura che li aveva tanto affascinati da convincerli a lasciare la loro terra di origine. Individuare questi simboli fu il loro primo impegno e, per arrivare a questo risultato, decisero di viaggiare in vari territori bagnati dal mar Mediterraneo. Dopo più di un anno, tornarono a Vietri con il simbolo che, allora, accomunava tutti i luoghi: l’asinello. L’asinello dipinto in verde ramino, quello che ancora oggi sorride ai turisti che visitano la costa Amalfitana.
Il viaggio dunque è stato, ed è ancora, il mezzo che porta alla conoscenza, da parte di artisti e designer, di valori legati alla cultura del fare del nostro artigianato e, allo stesso tempo, ha contribuito a rinnovarne la tradizione; questo è il risultato dei viaggi di molti creativi intraprendenti e volenterosi: il progetto è arrivato nelle botteghe artigiane, e grazie al progetto l’attività tradizionale dell’artigiano si è arricchita di nuovi stili e nuovi simboli.
Il viaggio dei creativi: negli ultimi decenni spesso è iniziato da Milano, che tutti chiamano “la Mecca del design”, per arrivare a Volterra (e incontrare l’alabastro), a Caltagirone (e riscoprire la ceramica), a Spilimbergo (per lavorare con il mosaico), a Murano (per non dimenticare la meraviglia del vetro).
Dopo più di quarant’anni di questa pratica, che ha visto coinvolti centinaia di creativi e altrettanti artigiani e che mi ha visto impegnato in prima persona nel rinnovamento dei modelli tradizionali nelle varie aree di produzione artigianale, ho potuto teorizzare e sviluppare quello che ho definito, già negli anni Ottanta, il “design territoriale”: un percorso progettuale legato alle diversità, in opposizione ai modelli omologati che derivano dalla cultura globalizzata.
Diversità che esalta il valore del pezzo unico fatto ad arte, capace spesso di essere portatore del genius loci rappresentativo di uno specifico territorio.




