Giovanni Ascione genio mediterraneo

di Alba Cappellieri

pubblicato su Mestieri d’Arte & Design. Crafts Culture n. 28 aprile - 2024

Le gambe accavallate, il braccio stretto intorno al corpo esile e nervoso, lo sguardo chiaro e dritto oltre gli occhiali, la bocca serrata, a difesa di sorrisi rigorosamente privati. Il ritratto di Giovanni Ascione (1915-1994) che introduce il volume e la mostra monografica che il Museo Ascione, di per sé una raritas, gli ha dedicato, entrambi ben curati da Caterina Ascione, racconta molto di questo uomo singolare e ingegnoso, cui si devono importanti innovazioni nelle nobili arti del corallo e del sacro. Non un artigiano, con il tradizionale camice da lavoro, le mani operose e gli attrezzi del mestiere; questa è l’immagine di un artista che ricorda nella posa, negli abiti e finanche negli occhiali, il celebre ritratto coevo di Le Corbusier. Un uomo, dunque, che appartiene al suo tempo, di cui ha saputo interpretare le inquietudini e gli slanci nelle sue creazioni, senza per questo rinnegare le tradizioni millenarie della sua arte.

Una mostra antologica, un volume monografico, il racconto di un viaggio artistico ricco di suggestioni. Giovanni Ascione, eclettico interprete di eleganza e raffinatezza, fecondo creatore di preziosi gioielli e oggetti sacri in corallo, lascia in eredità un tesoro di rara bellezza da preservare.

«Nostro padre era un uomo molto riservato e semplice – ricorda Caterina Ascione – di poche parole ma dalle molte idee, era un uomo con un carisma d’artista e un’autorevolezza che non ammetteva repliche, soprattutto con noi figli. Eppure, nonostante il rigore della sua educazione ottocentesca, ci ha lasciato molto, sia dal punto di vista affettivo che da quello professionale. Ho imparato tanto semplicemente standogli accanto.»
Giovanni Ascione era il primogenito di Giuseppe e Caterina Mazza, e rappresenta la terza generazione di una famiglia che fin dal 1855 aveva avviato, a Torre del Greco, un’azienda fiorente per la trasformazione del corallo grezzo in prodotto finito. Nelle orme del nonno, del padre e dello zio Carlo, fin da giovanissimo Giovanni Ascione era stato educato al lavoro e alla manifattura dei coralli, ma anche allo studio e alle arti. A 9 anni venne mandato a studiare all’Abbazia di Montecassino dove conobbe lo scultore Francesco Vignanelli, che lo introdusse alle avanguardie artistiche che in quegli anni infiammavano Parigi. Da questo apprendistato tornò con la rivelazione di un talento splendente nel disegno e nella progettazione, attitudini che sorpresero il padre e gli zii che, nel 1934, decisero di affidargli la progettazione delle loro creazioni.

Sautoir in corallo, copia di quello donato a Maria José di Savoia in occasione di una sua visita ai laboratori Ascione. Manifattura Ascione, 1934. Napoli, Museo Ascione. foto di Emilio Pinto

 

Fu chiaro fin da subito che Giovanni Ascione avrebbe lasciato il suo segno nell’azienda familiare, con l’originalità di gioielli depurati dalla persistente influenza neoclassica, come dimostrano i primi bozzetti per lavori in corallo, tartaruga e madreperla del 1931-1932 tra i quali ricordiamo il bozzetto di un bracciale dalle eleganti geometrie Deco con tubolari di corallo e losanghe in malachite. Il viaggio all’Esposizione Internazionale di Parigi dedicata alle “Arts et Techniques dans la Vie moderne” del 1937 fu rivelatore, con il celebre Guernica di Picasso (che Giovanni confessò di non amare) e con i gioielli meravigliosi delle Maisons di Place Vendôme, esposti insieme a quelli dell’Union des Artistes Modernes (UAM), di Raymond Templier, René Herbst, Robert Mallet- Stevens, Jean Puiforcat, Hélène Henry e Pierre Chareau. La Ville Lumière lo affascinò, e anche se la guerra arrestò i suoi progetti non frenò il suo entusiasmo creativo.

Prima da Cremona e poi dal Comando Sud delle Forze Armate di Sessa Aurunca, dove prestava servizio come interprete e traduttore, Giovanni inviò alla madre e alle sorelle disegni per ricamare i lini dei loro corredi e agli zii disegni di gioielli, scatole, trousse e una infinità di bozzetti e studi di animali e teste, forse destinati alla realizzazione di piccole sculture in corallo o per nuovi soggetti da incidere a cammeo sulla conchiglia. Finita la guerra, si ritrovò solo alla direzione dell’azienda, senza la guida e il supporto degli zii e fu allora che iniziò a concepire il gioiello in una nuova veste: nella sua relazione con la donna che lo avrebbe indossato, con la sua personalità, fino all’abito che avrebbe sfoggiato. Iniziarono così le collaborazioni con le case di moda per le quali creava gioielli preziosi o bigiotteria di pregio, appositamente ideata per le prime sfilate della moda italiana che, grazie a Giovanni Battista Giorgini, muoveva i primi passi dopo la sfilata di Firenze del 1951. «Sotto la sua guida la manifattura compì una salto qualitativo notevole,» afferma Caterina Ascione. «Sul piano organizzativo mio padre innovò la struttura aziendale razionalizzandone le funzioni, mentre sul piano della produzione si ricavò uno spazio personale che gli consentì di applicare le proprie doti di disegnatore e progettista.»

Tecnica dell’incisione a cammeo con il bulino su conchiglia sardonica. Entrambe le foto di Peter Elovich per “Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di Eccellenza”.

 

La sua attività progettuale spaziava dall’alta gioielleria, realizzata in pezzi unici, alla produzione di bijoux in argento o metallo con corallo, conchiglie e madreperla, all’oggettistica più preziosa, dagli arredi domestici agli arredi sacri, cui si dedicò con spirito pioneristico. Già nel 1939 aveva ideato il calice in argento dorato con malachite e corallo che Umberto II di Savoia, allora principe di Piemonte, donò al santuario della Madonna di Montevergine, seguito dalla importante pisside in avorio e argento dorato donata dal cardinale di Napoli Alessio Ascalesi a papa Pio XII nel 1952. Da quel momento le commesse di arte sacra si moltiplicarono: ricordiamo la realizzazione della teca delle spoglie di San Gennaro nella cripta della cattedrale di Napoli, il reliquiario di San Paolo in argento, corallo, agate e smalti, custodito a Malta, quello di San Ciro a Portici, il razionale al museo dell’Abbazia di Montecassino, fino al trittico di mosaico di madreperla policroma della Madonna di Loreto con gli Angeli, alto due metri e trenta, per l’abside della cappella dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli del 1964.

Negli storici laboratori della famiglia Ascione a Torre del Greco (Napoli) si sceglie con cura il corallo più adatto al tipo di lavorazione desiderata.

 

Nell’ultimo decennio della sua attività il suo stile ebbe una svolta insolita, sembrò tornare all’antico in una reinterpretazione eclettica delle forme del passato: dalle collane piatte e bidimensionali che ricordano l’antico Egitto, alla ripresa dell’oreficeria etrusca, fino alle fibule romane e alle stilizzazioni delle cornucopie di gusto rinascimentale. «Pur non potendo affermare che Giovanni Ascione abbia condiviso i principi del post-moderno che si andava affermando in quegli anni – chiarisce la curatrice – si può facilmente intuire come ne abbia respirato le condizioni culturali che lo avevano prodotto, ma ancora una volta riuscì ad elaborare un proprio linguaggio che restituisce alle sue produzioni il valore di unicità.»

Pisside in oro, corallo e malachite. Manifattura Ascione, 1931. Dono di Umberto II di Savoia alla Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro. Napoli, Museo del Tesoro di San Gennaro

Cammeo su conchiglia sardonica. Manifattura Ascione, 1925. Incisore Antonio Mennella. Napoli, Museo Ascione. Foto di Emilio Pinto

Alba Cappellieri

Alba Cappellieri

Professore Ordinario di Design del Gioiello e dell’Accessorio Moda al Politecnico di Milano. Dal 2014 è direttore del Museo del Gioiello, all’interno della Basilica Palladiana di Vicenza, il primo museo italiano dedicato al gioiello.

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