Lo specchio è forse l’unico artefatto della storia umana a non aver mai mutato funzione pur mutando di significato: da attributo divino a emblema della vanità, da strumento profetico a soglia dell’inconscio, ha sempre restituito un’immagine lasciando agli uomini il compito di decidere cosa rivelasse o nascondesse. Agli albori dei tempi, l’essere umano vide “fotoni rimbalzati nell’acqua” senza capire nulla. Ci vollero millenni prima di giungere a spiegazioni, ma quell’ignoranza fu il motore della civiltà. Come è noto, il desiderio primordiale di spiegare fenomeni naturali potenti e ingovernabili ha dato origine a miti, divinità, poesia, letteratura, psicanalisi, domande cruciali in ambito filosofico.
Dallo specchio barocco agli universi visionari di Piero Fornasetti: un viaggio tra illusioni ottiche, artigianato, surrealismo e poesia visiva, dove il riflesso diventa linguaggio e lo spettatore parte integrante dell’opera.
Dopo essere riuscito ad attribuire una spiegazione scientifica al fenomeno del riflesso, l’essere umano provò il potente desiderio di trattenere quella seducente immagine del “doppio di sé”. Da semplice lastra di metallo lucidato, nel corso dei secoli lo specchio si trasformò in oggetto artigianale sempre più prezioso. In epoca barocca, grazie alla sofisticata maestria dei vetrai veneziani, divenne simbolo di lusso assoluto, di vanità e seduzione: un vero e proprio gioiello di corte. È nel Novecento che lo specchio subì la sua più radicale metamorfosi concettuale, convertendosi in strumento critico e sovversivo. L’indiscusso artista visionario che diede inizio al dialogo tra memoria artigianale e sensibilità moderna e alla sintesi tra dimensione artistica e maestria manifatturiera fu Piero Fornasetti (Milano, 1913-1988).
Pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, genio surrealista e trasognato, Piero Fornasetti, il “rinascimentale europeo”, il “filosofo produttivo” delle arti applicate, l’“artigiano con troppe idee”, ha saputo trasformare oggetti in enigmi e arte concettuale in “follia pratica”. Senza riconoscere mai la frontiera tra arte e vita quotidiana, talento artistico e ironia, incontrò artisti del calibro di Ernst, Fontana, Dalì, De Chirico, Campigli, trasformando la sua Stamperia d’Arte milanese in un crocevia creativo virtuoso. Ma fu l’incontro con Gio Ponti, avvenuto nel 1940 alla VII Triennale di Milano, il momento cruciale e decisivo per la poetica fornasettiana: le due personalità si fusero in un gioco di elementi contrastanti, in un’illusione onirica e metafisica; divennero “anime gemelle”, riflesse l’una nell’altra, proprio come in un gioco di specchi.
Ossessionato dall’illusione ottica e dalla deformazione tridimensionale come forma di rivelazione, Piero Fornasetti realizzò un oggetto iconico: lo specchio convesso della serie Trompe-l’œil (“inganno dell’occhio”) rifacendosi all’estetica magica e misteriosa dei maestri fiamminghi, dai quali era particolarmente suggestionato. In Trompe-l’oeil il potente gioco visivo, in cui i volti frammentati si fondono con quello dello spettatore, crea un’illusione ottica unica nel suo genere, trasformando il riflesso in un’esperienza surreale. Fonte di ispirazione fu il celebre specchio convesso raffigurato nel Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434) di Jan van Eyck. Chi guarda in uno specchio bombato si trova al centro di un universo che converge su di lui, ma quel centro è distorto. L’artista ha dunque compiuto una scelta filosofica: lo specchio convesso non distorce per errore, ma per vocazione. E quella distorsione ha sempre un significato. L’intuizione straordinaria di Piero Fornasetti fu la capacità di comprendere che l’unico oggetto la cui superficie non può mai essere completamente dominata dall’artista è proprio lo specchio. Si può lavorare sulla cornice, sulla forma, ma è sempre lo sguardo dello spettatore a governare la superficie riflettente, a innescare il dialogo, a creare quella potente tensione sospesa che rende l’arte – e ogni oggetto realizzato – immortale.
Negli anni Quaranta e Cinquanta la produzione fornasettiana di specchi in vetro convesso si ispirò anche a riti e superstizioni, come quella del “terzo occhio” o dell’“occhio della strega”. Il famoso Specchio Magico, potente amuleto, elemento di leggende e fiabe, aprì una nuova finestra sul mondo onirico e fantastico e rivoluzionò i salotti milanesi del dopoguerra, ripercorrendo un immaginario collettivo dimenticato.
Piero Fornasetti non ha mai creduto alla neutralità degli oggetti e anche le cornici dei suoi specchi lo testimoniano. Si tratta di vere e proprie “cornici narranti” che, attraverso simboli ed elementi evocativi come farfalle, chiavi, fiori, conchiglie, architetture classiche, gioielli, soli con volti, fitte trame di malachite stampate su cornice laccata, ci fanno entrare in un racconto magico, cosmico, enciclopedico. L’artista invita ad una visione privata, elegante, nella quale lo spettatore si immerge in silenzio, si guarda allo specchio ed entra in un mondo fantastico.
Gli specchi Fornasetti, che oggi il figlio Barnaba – erede attivo e creativo – continua a sviluppare e reinterpretare servendosi di uno straordinario linguaggio visivo e progettuale, sono tra i componenti d’arredo più iconici del design italiano; rappresentano l’essenza del genio dal quale è scaturita una vera e propria “poeticizzazione” dello spazio domestico, un’estetica surrealista sospesa tra arte e savoir-faire. Tra i progetti di Barnaba spicca lo straordinario Il Trumeau Litobar Specchio Magico. Le lastre in lega di zinco, incise con disegni originali Fornasetti e prodotte da Piero negli anni Cinquanta, vengono riproposte come rivestimento, insieme a eleganti radiche di noce, tra cui si distingue un sorprendente specchio convesso centrale. Tra le creazioni più recenti figurano anche Il Trumeau Riflesso di Panoplie e Specchio Riflesso di Venezia (presentato a Design Miami.Paris nel 2025, ispirato al vassoio Piazza San Marco con corona dei fiori degli anni Cinquanta). Entrambi realizzati in collaborazione con Barbini Specchi Veneziani, rappresentano un’eccellenza nell’attuale produzione di Barnaba, esposta presso l’Atelier milanese di Corso Venezia, recentemente rinnovato in collaborazione con lo studio di design Tutto Bene.
Specchiarsi in una cornice fornasettiana significa avere il coraggio di partire per un viaggio. Non a caso, Piero Fornasetti sosteneva che quello che faceva era qualcosa di più di una decorazione: si trattava di un invito alla fantasia, al pensiero, all’evasione; un biglietto di sola andata per l’immaginazione
più pura e segreta.








