“Il faut être léger comme l’oiseau et non comme la plume”
— Paul Valery
Nel progetto di Es Devlin per Homo Faber 2026, l’allestimento della stanza An Infinite Birdsong, dedicata all’elemento aria, sembra rispondere a una domanda antica: come può la materia riprodurre ciò che è immateriale? Può il gesto umano evocare l’infinito, fino a trasformare un’esperienza sensoriale in qualcosa di più elevato? Sono interrogativi che hanno attraversato la storia dell’arte e dell’umanità, trovando spesso una possibile risposta in uno degli elementi più simbolici del creato: la luce. Metafora di vita, di fede e intelligenza, di ascesa fisica e spirituale, la luce accompagna l’uomo dall’alba della coscienza, e in essa l’umanità ha sempre visto una soglia attraverso cui immaginare una forma di elevazione.
Al centro di una Fondazione Giorgio Cini trasformata da Es Devlin in un’isola di luce, An Infinite Birdsong si presenta come un caleidoscopio di colori e riflessi, capace di trasformare il reale in una fantasmagoria, vibrante di luce e di vita. Se nessun artefice possiede il potere di infondere vita alla materia, l’uomo conserva quello, altrettanto rivoluzionario, di rappresentarla: naturalisticamente, simbolicamente, poeticamente. In questa stanza, ogni elemento concorre a questa missione, in un’accecante e seducente moltiplicazione di senso. Quale materia è più lucente di quella preziosa? Quale creatura più leggera di quella che può librarsi nell’aria? Quale suono più etereo del canto degli uccelli? E quale città è più sospesa di Venezia, tra l’infinito del mare e quello del cielo?
La sala di Homo Faber 2026 dedicata all’elemento aria raccoglie creature leggere che sembrano modellate dalla luce, sospese – come Venezia – tra materia e infinito.
Complici della designer britannica, in questo viaggio verso l’infinito, sono maestri artigiani provenienti da tutto il mondo e manifatture che da decenni – talvolta da secoli – incarnano l’eccellenza assoluta dei rispettivi mestieri. Ognuno di essi ha portato all’interno di An Infinite Birdsong una costellazione di creature alate, preziose e scintillanti e, come tutto ciò che vola, naturalmente attratte dalla luce.
Decine di artigiani indipendenti hanno creato, nel silenzio dei loro atelier, gli insetti e gli uccelli che hanno fatto spiccare il volo alla ceramica, al vetro, alla pietra, alla carta, ai materiali che grazie al talento hanno dimenticato il proprio peso per librarsi in un cielo simbolico, dietro le finestre veneziane che Es Devin ha disegnato lasciandosi ispirare dalle bifore che si aprono sul Canal Grande. Al centro della sala, la voliera più variopinta è quella di Van Cleef & Arpels: oltre venti spille-gioiello che, tra naturalismo e poesia, conducono il visitatore su un’ideale Arca di Noè interamente riservata agli uccelli. Accostando creazioni che spaziano dagli anni Venti del Novecento a oggi, la Maison ha riunito uno stormo impossibile ma scintillante di rondini, passeri, martin pescatori, trogoni testablu, cicogne e pappagalli, tutti plasmati nei metalli più preziosi e animati da gemme che evocano le infinite sfumature della natura.
Anche Cartier – i cui maestri si confrontano da sempre con la rappresentazione del mondo animale – ha portato a Homo Faber la sua preziosa arca, in questo caso abitata non solo da uccelli ma anche da insetti-gioiello: coccinelle, scarabei iridescenti, farfalle variopinte. L’attenzione è però subito catturata da una grande spilla del 1948: un pezzo unico con le fattezze di un uccello dall’aspetto assolutamente regale, realizzata in platino, oro bianco e diamanti, straordinario compendio di tagli e incastonature.
Anche l’uccello del paradiso disegnato da Gianmaria Buccellati nel 2002 è un pezzo unico: una spilla costruita come un’esplosione perfettamente controllata di diamanti, generata attorno a una grande perla barocca irregolare che ne costituisce il corpo centrale. Inserita come tutte le altre nell’abbacinante gioco di riflessi della sala, la creazione dispone anche di una ulteriore, prestigiosa scenografia lucente: un ventaglio di piume interamente lavorate a mano dai maestri argentieri della Maison.
La rassegna dei grandi gioiellieri si allarga a diversi maestri indipendenti e si chiude con Vhernier, i cui pinguini e tucani si distinguono per la contemporaneità delle cromie e delle forme – tanto essenziali quanto sofisticate – e per la sottile ironia di una ulteriore presenza: una famiglia di preziosi bruchi in diamanti e cristallo di rocca, ancora incapaci ma in qualche modo già pronti a prendere il volo.
La maestria artigiana sembra infondere vita anche alle altre opere presenti nella sala. Uccelli e insetti tornano negli accendini da tavolo Acquarium di dunhill, dove i volatili paiono fluttuare nel vuoto grazie alla tecnica del Reverse Intaglio, e nelle opulente penne-scultura di Montblanc: preziose edizioni limitate dedicate alla cultura giapponese, decorate con fagiani, libellule e anche una fenice pronta a levarsi in volo, attraverso intarsi, incisioni, smalti e lacca Maki-e. Smalti raffinati e virtuosismi di snow-setting animano anche le creazioni orologiere di Vacheron Constantin e Jaeger-LeCoultre, due Maison che da secoli integrano l’eccellenza dei mestieri d’arte nella loro creatività al servizio della misurazione del tempo.
Tra l’allestimento di Es Devlin e la selezione di capolavori esposti, An Infinite Birdsong è di per sé una piccola mostra, che si apre con una domanda forse destinata a rimanere irrisolta, ma lascia al visitatore almeno una certezza: ciò che eleva l’uomo, alla fine, è sempre la bellezza.








