Isaac Newton sancì che ciò che chiamiamo colore altro non è che luce di diversa qualità. Proprio di queste qualità si serve Es Devlin – direttrice artistica della quarta edizione di Homo Faber Biennial, An Island of Light – per “mettere in luce” la bellezza e la potenza del talento umano avvolgendo con la sua forza primordiale le creazioni dei maestri d’arte e artisti del craft selezionati in tutto il mondo. Devlin sceglie la luce come mezzo per rendere visibili le connessioni invisibili tra persone, luoghi, memoria e natura, trasformando lo spazio in un’esperienza condivisa di conoscenza e immaginazione.
An Island of Light è un progetto straordinario che fa riflettere sul rapporto profondo tra luce e creazione artigianale, proprio come accade nell’arte e nell’architettura. Luce non come elemento tecnico o fenomeno fisico, ma come presenza simbolica, linguaggio emotivo e strumento potente di conoscenza. Nell’arte la luce è materia compositiva, è un elemento espressivo capace di trasformare un’immagine, creare atmosfere e comunicare emozioni.
Fin dall’antichità pittori e scultori hanno utilizzato la fonte luminosa per guidare lo sguardo dello spettatore, creare profondità, evocare emozioni o attribuire significati simbolici alle opere. Allo stesso modo, nel nostro lavoro quotidiano al museo utilizziamo la luce per guidare lo sguardo dei visitatori, per favorire l’esperienza emotiva e valorizzare colori, volumi e dettagli di ogni singola opera.
Dall’arte all’architettura, fino all’artigianato, la luce attraversa la storia della creatività umana. Invisibile ma essenziale, rivela lo spazio, modella la materia e orienta lo sguardo.
Ripercorrendo la storia, nell’arte medievale la luce è associata alla dimensione spirituale e divina, basti pensare ai mosaici bizantini in cui l’oro è utilizzato per riflettere una luminosità ultraterrena o alle vetrate delle cattedrali gotiche che trasformano la luce in un racconto sacro. Durante il Rinascimento la luce diviene oggetto di osservazione scientifica, rende il chiaroscuro pittorico più sofisticato nella modellazione delle figure, diventando narrazione, tensione drammatica, rivelazione. I “Pittori di luce” come Domenico Veneziano, Beato Angelico o Piero della Francesca sviluppano una pittura fondata sul rigore prospettico e sulla scelta di un registro cromatico vivace e luminoso, seguendo quei principi scientifici elaborati nel 1436 da Leon Battista Alberti nel suo trattato De Pictura.
Con Caravaggio, la luce assume una forza teatrale che crea forti contrasti con il buio, isola i gesti, porta il reale dentro una dimensione assoluta e diventa lo strumento con cui l’artista costruisce il dramma umano. Nei secoli successivi, gli impressionisti inseguiranno invece la luce mutevole del giorno, le vibrazioni atmosferiche, l’istante fuggevole. Non più una luce eterna, ma una luce viva, mobile, quasi imperfetta.
La luce gioca un ruolo fondamentale anche in architettura diventando una componente strutturale, il materiale da costruzione “immateriale” indispensabile per modellare forme, volumi e percezioni.
Le architetture sacre del passato erano concepite come dispositivi luminosi, basti pensare al Pantheon e al suo oculo al centro della cupola. Attraverso questo foro, il fascio di luce solare entra nell’edificio e si sposta sulle superfici interne seguendo il percorso del sole durante il giorno e nel corso delle stagioni. Gli studiosi hanno osservato che il Pantheon fu progettato in modo tale da utilizzare la luce come uno strumento di misurazione del tempo. Il movimento della luce trasforma così l’architettura della basilica in una gigantesca meridiana. Ne è testimonianza il dipinto di Giovanni Panini conservato nelle collezioni del Museo Poldi Pezzoli che ritrae l’interno del Pantheon con la macula di luce che consente di stabilire la stagione in cui fu dipinto.
In epoca medievale, nelle architetture gotiche la luce aveva prevalentemente un significato mistico, così come in pittura, mentre nel Rinascimento gli architetti la utilizzano per esaltare l’ordine, la proporzione e l’euritmia propri della nuova concezione umanistica.
Grazie allo studio della prospettiva e delle proporzioni matematiche, la luce viene progettata in modo razionale: finestre, logge e cortili sono disposti per illuminare gli ambienti in maniera equilibrata, mettendo in evidenza la chiarezza delle forme architettoniche. La luce diventa così la quarta dimensione dell’architettura.
La storia dell’architettura può essere letta anche come una storia della luce nel suo continuo tentativo di catturare, controllare e interpretare quell’elemento invisibile che rende gli edifici non soltanto funzionali, ma anche capaci di stupire e favorire il benessere della vita umana.
Oggi la luce è al centro della riflessione architettonica contemporanea, sia per il suo valore estetico sia per la sostenibilità energetica. Architetti come Tadao Ando o Peter Zumthor utilizzano la luce naturale per creare esperienze sensoriali intense, vere e proprie architetture per i sensi, dimostrando come essa continui a essere uno degli strumenti più potenti per definire il rapporto tra l’uomo, lo spazio e il tempo.
An Island of Light mostra come anche nell’ambito dell’artigianato la luce svolga un ruolo centrale perché, più di ogni altra materia, rende visibile il gesto del fare.
La lavorazione del vetro, della ceramica smaltata, dei metalli preziosi, dei ricami, del legno implica una conoscenza empirica delle proprietà ottiche dei materiali. Trasparenza, riflessione, rifrazione, diffusione e assorbimento della luce determinano infatti l’aspetto finale dell’oggetto. L’artigiano, spesso attraverso pratiche tramandate da generazioni, sviluppa una sensibilità che anticipa e integra principi successivamente formalizzati dalla fisica dei materiali e dall’ottica.
Particolarmente significativo è il caso del vetro, materiale che rende visibile la relazione tra scienza e sapere artigianale. Le sue proprietà dipendono dalla composizione chimica, dalla struttura microscopica e dalle tecniche di lavorazione, ma anche dalla capacità di interagire con la luce generando effetti di trasparenza, rifrazione e dispersione cromatica. Le tradizioni vetrarie storiche, in primis quelle veneziane, dimostrano come l’osservazione e la sperimentazione pratica abbiano prodotto risultati di straordinaria complessità ben prima della formulazione delle moderne teorie scientifiche.
In questo scenario, artisti, designer, ricercatori e artigiani condividono sempre più spesso linguaggi e metodologie che danno origine a forme di collaborazione interdisciplinare in cui la luce diventa un terreno comune di ricerca. Essa rivela come la separazione tra sapere tecnico e sapere artistico sia spesso più apparente che reale. In questa prospettiva, la luce continua a essere una risorsa inesauribile per la ricerca scientifica e per l’innovazione artistica e artigianale, mantenendo intatta la sua capacità di coniugare rigore conoscitivo e immaginazione creativa.




