Ritrovarsi davanti a uno specchio significa, prima di tutto, fare i conti con la propria immagine. Possiamo scegliere di osservarci con fare severo, cercando difetti e confessando verità scomode, o di imboccare la via della leggerezza, deformando i lineamenti del viso con una smorfia irriverente. Lo specchio ci confonde così nell’eterno dualismo tra verità e illusione. «Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?», domanda la regina di Biancaneve. E lo specchio risponde senza pietà, perché lo specchio non inventa: restituisce la verità, che però non coincide mai con tutta la verità. E allora allunghiamo una mano e con il dito proviamo a instaurare un contatto con la nostra immagine riflessa, immaginando di attraversare la superficie come Alice nel Paese delle meraviglie. Perché Lewis Carroll ci ha insegnato, sin da bambini, che lo specchio può anche essere una porta di luce, un invito a entrare in un mondo capovolto.
Da secoli Venezia trasforma la luce in arte. Tra vetro inciso, riflessi e lavorazioni tramandate di generazione in generazione, lo specchio veneziano continua a esprimere uno dei saperi più raffinati della tradizione lagunare.
Senza luce, del resto, lo specchio non avrebbe ragione di esistere. E non è un caso che a Venezia la luce appaia mobile e cangiante come in nessun’altra città: si spezza nei canali, rimbalza sulle facciate, filtra nelle stanze attraverso l’acqua della laguna. Forse è così che è riuscita a trasformare la luce in materia da plasmare. Come avviene nel laboratorio artigianale di Ongaro & Fuga, nato nel 1948 su iniziativa di Franco Fuga e Tullia Ongaro, due abili artigiani, compagni di vita e di lavoro, desiderosi di realizzare specchiere veneziane, che ben presto fecero il giro del mondo. L’eredità è passata prima nelle mani di Giuliano Fuga e oggi del figlio Ludovico, cui spetta il compito di mantenere luminosa la tradizione di famiglia. Nel laboratorio lavorano 12 artigiani. «Questi maestri non sono semplici fabbricanti di specchi; sono autentici artisti che infondono vita nel vetro, creando riflessi che incarnano la cultura e l’arte artigianale di Venezia», spiega Ludovico, che si occupa del settore commerciale e di product management. «La creazione di ogni specchio è una delicata danza tra la mano dell’artigiano e le possibilità del vetro.
Partiamo sempre dal progetto e realizziamo a mano anche il disegno, di dimensioni 1:1, per scolpire le basi in legno. Solo in una successiva fase si passa tutto a computer». È l’unico momento in cui si chiede aiuto alla tecnologia. «Dopo la fase di design, si procede manualmente al taglio e alla molatura. I pezzi di vetro vengono tagliati con precisione e poi modellati per aderire perfettamente ai disegni. L’incisione aggiunge il tocco distintivo, mettendo in risalto figure come dame e cavalieri o motivi come ramoscelli, rosette e intricate trame floreali, aggiungendo strati di texture e profondità narrativa. Il culmine del processo di creazione è rappresentato dalle fasi di argentatura e antichizzazione. In queste fasi, il vetro si trasforma in specchio utilizzando tecniche tradizionali, applicando cioè uno strato di nitrato d’argento per ottenere una superficie perfettamente riflettente. Si può poi creare un effetto che invecchi artisticamente lo specchio, replicando le caratteristiche macchie che si formano naturalmente nel corso dei decenni. Questo non solo ne esalta l’estetica, ma lo collega anche all’essenza storica dell’artigianato veneziano».
Il processo di lavorazione richiede in media 10 ore, ma dipende dal livello di decorazione. «Per un esemplare in stile francese, che si trova al Museo del Vetro a Murano, ci sono volute oltre 400 ore di lavoro», racconta Ludovico. Il record per le dimensioni, invece, è di uno specchio per un cliente mediorientale: 6 x 4 metri. «È stato progettato per essere spedito in otto pezzi, con relative istruzioni per l’assemblaggio». Il 90% delle opere realizzate da Ongaro & Fuga sono su misura: quasi sempre ci si relaziona con architetti e designer più che con il cliente finale. «Bisogna rispettare i limiti fisici del vetro e delle lavorazioni artigianali. Ed è proprio in questo dialogo tra creatività e materia che nasce ogni nuova sfida». Sfide che possono dar vita a esemplari meravigliosi come quello presentato all’ultima edizione di «Doppia Firma», in collaborazione con Christian Pellizzari.
Ludovico, che oggi ha 25 anni, spiega com’è stato crescere tra gli specchi. «Da bambino andavo spesso a trovare mio padre in bottega e c’è un ricordo che ancora oggi associo immediatamente all’infanzia: l’odore dell’argentatura. È qualcosa che mi è rimasto dentro. Mi affascinava assistere a quella trasformazione quasi magica: vedere il vetro trasparente che lentamente diventava specchio. A un certo punto la superficie cambiava, iniziava a riflettere il mondo, e io restavo lì incantato a guardare. Forse è stato proprio quel senso di meraviglia a legarmi a questo mestiere. Non tutti quelli che crescono respirando l’aria della bottega poi decidono di continuare, ma io sentivo il desiderio di provarci, consapevole che questa è ormai un’arte rara, quasi scomparsa. Sentivo il bisogno di custodirla».
Ludovico ha scoperto che nel lavoro artigianale l’errore non è sempre qualcosa da evitare. A volte è proprio lì che nasce la bellezza. «È successo anche di recente, in occasione dell’ultimo Salone del Mobile: per sbaglio era stato ordinato un vetro diverso da quello previsto. Provando a recuperarlo e a lavorarlo in modo differente, abbiamo scoperto un effetto nuovo che non avevamo mai sperimentato prima. Il risultato è un vetro fuso e colato, che ricorda la superficie lunare. Un effetto impossibile da creare a tavolino». In un’epoca dominata dagli schermi, specchi digitali che moltiplicano immagini e identità distorte, lo specchio artigianale conserva quindi un tesoro inestimabile: la lentezza del gesto umano, l’unicità irripetibile della materia, il riflesso più autentico e profondo della verità.







