Al centro dell’esperienza di Homo Faber sin dal debutto nel 2018, la presenza di artigiani invitati a dimostrare al pubblico il proprio savoir-faire assume in questa quarta edizione un’importanza ancora maggiore. Sono infatti ben dieci gli spazi a loro dedicati, per un totale di oltre settanta artisti provenienti – ed è questa la grande novità – da ogni parte del mondo e non soltanto dall’Europa.
Artigiani che lavorano il legno, il vimini e altre fibre naturali sono i protagonisti di An Ascending Audience, la mostra ospitata negli spazi dell’ex tipografia sull’Isola di San Giorgio. Un centro che è anche fisico, perché se la sala è rigorosamente divisa in due, con una selezione di oggetti dedicata a entrambe le categorie, a creare la connessione tra materiali differenti sono proprio le mani sapienti di chi quei materiali li lavora.
Da Venezia al Libano, dal vetro alla carta, oltre settanta artigiani provenienti da tutto il mondo trasformano Homo Faber 2026 in un grande laboratorio vivente, dove il sapere manuale si intreccia con cultura, dialogo e trasmissione.
Grazie alla cesteria, una forma di artigianato che si può ritrovare ad ogni latitudine, il visitatore viene poi trasportato in mondi lontani, dalla Malaysia presente quest’anno con l’artigiana Senia Jugi, tra le massime maestre asiatiche nell’arte dell’intreccio delle fibre naturali, al piccolo stato di eSwatini, che debutta a Homo Faber anche con la realizzazione di coloratissime scope già divenute oggetto di culto tra gli appassionati di design.
L’interazione tra artigiani e pubblico raggiunge il suo culmine in An Atelier in Action, la più grande delle sale di Homo Faber, dove talenti già affermati e nuove promesse dell’artigianato contemporaneo dialogano intorno a otto macro-famiglie ben definite di mestieri: ceramica e pietra, vetro, metallo, materiali naturali, carta, pelle, tessile e restauro. Quest’ultima categoria segna anche l’inizio di un’importante collaborazione tra la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship – la fondazione svizzera che organizza Homo Faber – e il World Monuments Funds, organizzazione non profit americana attiva in tutto il mondo nella preservazione
di siti con rilevanza storico-culturale attraverso il lavoro sul campo con l’impiego e la formazione di maestranze locali.
Nella prima metà di settembre si celebra la nascita del capitolo italiano del World Monuments Fund attraverso il restauro di alcune opere del museo milanese Poldi Pezzoli, che grazie al sostegno dell’ente americano riallestirà la sala dedicata ai suoi capolavori. Sul finire di Homo Faber, invece, il World Monuments Fund si racconta attraverso le mani di Eshraq Alabrash, restauratrice siriana protagonista di un importante intervento conservativo in Libano e che oggi, grazie al supporto del World Monuments Fund, sta proseguendo il proprio percorso di intagliatrice della pietra alla prestigiosa City & Guilds di Londra.
A differenza delle precedenti edizioni di Homo Faber, nel 2026 nessuna delle Maison del gruppo Richemont partecipa all’evento con i propri artigiani al lavoro. Quest’anno, il team curatoriale di Homo Faber ha pensato di invitare diversi brand a supportare la presenza di artigiani indipendenti al lavoro, un invito accolto con grande apertura, partecipazione e generosità. Buccellati, Maison d’eccellenza nella lavorazione dell’argento e di altri metalli preziosi, ha scelto di presentare il lavoro della giovane artista indipendente inglese Jessica Jue, che realizza opere dalle linee pulite e minimaliste. O ancora Cartier che ha voluto portare a Venezia grandi maestri con cui da anni la Maison ha stabilito una collaborazione, dal maestro del legno Etienne Rayssac all’artista dell’intarsio in paglia Valérie Colas des Francs. Fino alla manifattura orologiaia Vacheron Constantin, che a Homo Faber svela una collezione di sei pezzi unici realizzati assieme ad altrettanti artisti del craft: Anna Le Corno (intarsio in legno), Julien Vermeulen (piumeria), Marianne Guély e Anya Midori (carta), Laura Baverstock (ricamo) e il talentuosissimo vetraio italiano Simone Crestani.
Ognuno degli artigiani si ferma a Venezia per quattro giorni, cedendo poi il proprio spazio a un altro collega. Per una precisa scelta curatoriale, si è cercato di dare la precedenza ad artisti che fino a oggi non hanno mai avuto l’opportunità di presentare il proprio lavoro a Homo Faber. Come il giovane origamista Giuseppe Romeo, l’unico presente per tutta la durata dell’evento: spetta infatti a lui supervisionare il laboratorio creativo al quale tutti i visitatori di Homo Faber sono invitati a partecipare, realizzando un fiore in carta che andrà poi a comporre alla fine della mostra un enorme bouquet. Un atto creativo partecipato, un’installazione che porta la firma di migliaia di appassionati di artigianato.








