Homo Faber 2026 consolida la formula del progetto collettivo inaugurata nella terza edizione, trasformando il Chiostro dei Cipressi in un laboratorio a cielo aperto dove saperi antichi dialogano con sperimentazioni contemporanee, dando vita a opere che sorprendono tanto per maestria tecnica quanto per inventiva.
Per concludere il percorso espositivo e narrativo di Homo Faber 2026: An Island of Light, Es Devlin si è ispirata ai rintocchi delle campane della basilica di San Giorgio, che un tempo scandivano la vita monastica nell’antico complesso benedettino. Nel portico colonnato del Chiostro dei Cipressi prendono oggi forma le Twenty Silent Songs “composte” da Es Devlin: canti silenziosi che trascendono luoghi e genti e cristallizzano le frequenze di venti campane in grafie cimatiche.
Nel Chiostro dei Cipressi, venti artisti e atelier provenienti da tutto il mondo trasformano le frequenze delle campane di San Giorgio in opere d’arte. Un coro silenzioso di tecniche, materiali e culture immaginato da Es Devlin.
I venti canti silenziosi sono stati interpretati da altrettante realtà del dinamico universo dell’artigianato artistico internazionale. Nelle loro rappresentazioni della risonanza si intrecciano e dialogano tecniche e materiali eterogenei: il mosaico di Fondazione Bisazza (Italia), raffinato esito dell’incontro tra tradizione e design; l’arte vetraria medievale che Geoffrey Wallace (Australia) ripropone in chiave contemporanea; lo sfavillante intreccio metallico della giovane artista Shehrbano Salahuddin (Pakistan); la matericità del legno intagliato da Ahmed Al-Fawzan (Arabia Saudita), che attualizza il retaggio millenario delle porte Najdi.
Come già nel 2024, uno degli aspetti più affascinanti di questo progetto collettivo è che da percorsi profondamente individuali, maturati in contesti distanti per geografia, clima e cultura, emerge una composizione tanto armoniosa quanto articolata. Un elegante contrappunto visivo, dove il canto silenzioso di Miriam Ellner (Stati Uniti), indiscussa maestra del verre églomisé, dialoga con l’eredità culturale dell’artista Princia Matungulu (Repubblica Democratica del Congo), che tesse le storie del suo popolo intrecciando tessuti stampati. Accanto a loro, i giovani studenti della City & Guilds of London Art School (Regno Unito) scolpiscono nella pietra Moleanos la propria visione del futuro dell’artigianato; Ramón Gamboa (Cuba) affida la sua voce all’arte plumaria; Jian Yoo (Corea del Sud) forgia misteriosi vortici di madreperla; Alberte Svendsen (Danimarca) trasforma la paglia in un acquarello; Layla May Arthur (Paesi Bassi) stratifica la carta in micro-motivi ispirati proprio alle architetture dell’Isola di San Giorgio; Anastasia Kovaleva (Polonia) “dipinge” con semi e fiori pressati.
Nell’intarsio in legno di Maqueson Pereira Da Silva (Brasile) riecheggia il cuore dell’Amazzonia; la sorprendente compsizione di Toyoumi Kenta (Giappone) fonde lacca urushi, ali di scarabeo gioiello e gusci d’uova di quaglia; il cuoio intrecciato da Sofia Shazak (Francia) si rifà alla tradizione ungherese; le sofisticate tecniche decorative di Shoson Thatawakorn / Atelier Ausara (Thailandia) prendono forma in un ipnotico nastro di Möbius; nello stucco di Spektro Atelier / Oliver Braun Company (Repubblica Ceca) si sospende il ritmo frenetico di una spirale cinetica; nel micromosaico di Frozen Music (India) sboccia un tridimensionale fiore in pietre dure; le migliaia di perle di cristallo orchestrate da Brilliance Bead Atelier (Sudafrica) pulsano di colore e vita; in sottilissime strisce di seta l’artista Seeker Li (Cina) inventa una nuova dimensione per il celeberrimo ricamo Su.
Nel Chiostro dei Cipressi la tecnica si fa racconto e l’oggetto si carica di significati che vanno oltre l’uso e l’origine. Ogni pannello infatti raccoglie un mondo, lo mette a confronto con gli altri e lo restituisce trasformato. Questo coro muto di superfici e materiali è lo specchio di un artigianato capace di tradurre memoria, luce e risonanza in opere che parlano del presente. Dove il talento si manifesta anche nella curiosità, nel confronto, nell’interpretazione.
Es Devlin ha collocato le venti opere circolari su grandi pannelli che ne esaltano la bellezza e che, nello spirito di Homo Faber, consentono al pubblico di ammirarne ogni dettaglio da vicino. Una dimensione che invita il pubblico a esplorare e a lasciarsi incantare.







